statuette di terrAcotta importate

Nel santuario di Catania affluirono durante il VI secolo a.C., oltre a quelle di produzione locale, numerose statuette importate da Corinto, dalla Grecia orientale e alcune da Locri Epizefiri, colonia greca della costa calabra.

Da Corinto viene una serie di statuette in tecnica mista, con testa a stampo e corpo plasmato a mano, generalmente ottenuto con un nastro d’argilla piegato per indicare la posizione seduta. Le statuette presentano spesso l’aggiunta di parures fermate sulle spalle e sono completate con il colore, in prevalenza rosso, utilizzato per sottolineare le vesti.

Molto numerose sono le statuette dall’area greco-orientale, in particolare dall’area della Ionia del sud (Mileto e Samo). Sono caratterizzate da un’argilla arancio-rosato, micacea (contenente minuscole pagliuzze di minerali brillanti alla vista). Rappresentano prevalentemente fanciulle (korai) e ragazzi (kouroi), ma anche coppie sedute, banchettanti, i cosiddetti nanetti panciuti e sirene. Dal punto di vista tecnico, la produzione greco orientale è particolarmente raffinata. Le statuette conservano spesso il colore: rosso sulla veste e nero/bruno in prevalenza sui capelli.

Le statuette provenienti da Locri Epizefiri sono facilmente riconoscibili per l’argilla chiarissima e micacea. Le poche importate a Catania raffigurano figure femminili con un braccio piegato e portato al petto.

terrecotte figurate: le vere protagoniste

Le terrecotte figurate restituite dal deposito di piazza San Francesco coprono un arco cronologico che va dall’inizio del VI al pieno IV secolo a.C. e presentano una varietà tipologica davvero eccezionale. In un primo momento prevalgono le importazioni, soprattutto greco-orientali (ma anche corinzie, attiche e locresi), dalle quali trae origine la produzione locale che acquista ben presto una propria fisionomia stilistica. 

Nel periodo arcaico (VI secolo a.C. e primi decenni del V secolo a.C.) prevalgono figure di giovani fanciulle (korai) recanti un attributo (una capsula di papavero, un germoglio, un volatile, una ghirlanda) e, in misura minore, di fanciulli (kouroi), ottenute con la tecnica della doppia matrice; numerose sono, inoltre, le figure di animali, soprattutto volatili, modellate a mano. Nel corso del V e IV secolo a.C., la coroplastica votiva è quasi esclusivamente rappresentata dall’iconografia dell’offerente di porcellino, declinata nel corso del tempo in varie tipologie (con il solo porcellino, con fiaccola, con piatto d’offerte, con una forma vascolare).

Tassello fondamentale per la comprensione della comunicazione tra fedele e divinità, queste figure d’argilla ci raccontano aspetti diversi e complementari dell’antichità, dall’articolazione ed organizzazione della produzione artigianale, in gran parte seriale, alle dinamiche della pratica votiva, espressione di una religiosità “popolare”. 

Sono proprio queste figure, con le loro caratteristiche, il loro abbigliamento e gli oggetti o gli animali che recano in offerta a raccontarci fede, speranze, credenze e desideri di chi ci ha preceduto

La produzione locale in serie di statuette in argilla, che prende avvio nel corso della seconda metà del VI secolo a.C., trae certamente ispirazione dai modelli esterni, soprattutto da quelli greco-orientali, ma acquista in breve tempo una fisionomia stilistica ben definita che caratterizza la produzione locale di età arcaica.

Terrecotte di produzione locale

Tra i gruppi iconografici più diffusi c’è quello delle figure femminili in trono con copricapo cilindrico (polos). Ritenute in passato rappresentazioni della divinità per la presenza del copricapo e della posizione seduta, esse rappresentano più probabilmente una ben definita classe d’età femminile, quella delle donne sposate, come ci attestano i confronti con la statuaria.

Dal deposito provengono anche figurine di animali, sia volatili di vari tipo sia quadrupedi e tartarughe e, in misura minore, scimmiette (nell’atto di tenere/nutrire un cucciolo = kourotrophos).

Soggetti fantastici, quali le sfingi, sono rappresentati su alcune placchette votive (pinakes) che venivano spesso sospese ai muri o ai rami degli alberi.
Il gruppo più consistente è rappresentato da korai, figure di fanciulle. La maggior parte di esse indossa un chitone (una sorta di tunica) e sopra questo un himation (un mantello) fermato su una spalla e riccamente panneggiato, o, più raramente, indossato come uno scialle. Il capo può essere ornato da un diadema che tratteneva i capelli (stephane) o coperto da un copricapo cilindrico (polos).

In genere, le figure tengono con una mano un attributo (fiore, frutto, capsula di papaveroo uccellino) e con l’altra scostano di lato il chitone, con un gesto che simboleggia la grazia e la giovinezza. Tra le figure maschili, spicca un suonatore di lyra. Lo strumento, utilizzato nell’educazione dei giovani greci, indica, in questo caso, una specifica classe d’età.

A partire dal secondo quarto del V secolo, la composizione del deposito votivo cambia radicalmente. Nel settore delle terrecotte figurate appare e si afferma in modo esclusivo l’iconografia dell’offerente di porcellino, recato in dono alla divinità del santuario che in questa fase è decisamente connotata come Demetra. Il gruppo iconografico delle offerenti di porcellino è documentato nel deposito votivo da un’ampia serie di tipi che occupano cronologicamente il V e il IV secolo a.C. Tra i tipi quantitativamente più diffusi, quelli con porcellino e fiaccola, compresi tra la fine del V e gli inizi del IV secolo a.C. Le figure indossano in genere una veste riccamente panneggiata, portano sul capo un basso polos decorato da rosette o elementi vegetali e, il più delle volte, grandi orecchini ad elice. 

A Cura di

Giacomo Biondi e Antonella Pautasso, Ricercatori ISPC CNR – Catania

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